SoStare
È strano trovarsi davanti a un Non Tema quando le cose sembrano precipitare davanti a noi.
Il premier che continua a tenere l’attenzione sul suo pisello e il suo machismo, una rivoluzione in Iran, gli sbarchi bloccati tra Libia e Italia, la tragedia delle vite degli aquilani dentro le tende, l’esplosione di un quartiere di Viareggio e il migliaio di persone senza casa. Potremmo continuare. A lungo, ahimè.
È che si parla di tragedie che ci attraversano e che sembrano non fermarsi, come se avessero paura d’essere elaborate.
Come accadimenti di passaggio.
Non avere un tema “fresco” attorno a cui confrontarci mi fa pensare all’esigenza di sostare sull’esperienza per apprendere qualcosa da essa. Mi sembra che il ritmo frenetico con cui sappiamo – o non sappiamo- ciò che accade nel mondo, ci porti a volte altrove, nell’inseguimento delle stesse senza avere il tempo per sostare.
La situazione degli abitanti di L’Aquila che vivono in tenda è oggi ben diversa da quella di tre mesi fa. Allora era una situazione d’emergenza, oggi è la quotidianità. Sul tema del mese di maggio “cosa velano le veline” si stanno muovendo idee e iniziative che hanno bisogno di tempo: tempo per essere prese, tempo per essere elaborate, fatte proprie e poi rilanciate per una condivisione (fisica e virtuale), per una crescita personale e (sperem!) culturale.
Tutte azioni che hanno bisogno di tempo.
Anna Gatti

Sostare, quanto è difficile e faticoso sostare. E si perché sostare non è una cosa ovvia ne tantomeno spontanea. Credo sia una forzatura rispetto alla nostra naturale predisposizione. Predisposizione assecondata dall’informazione sempre sull’emergenza e meno sull’analisi e l’aggiornamento. Ma com’è che i rumeni stuprano nel mese di maggio, ma non nel mese di giugno? Ciclo ormonale?
Come tu dici con l’esempio de l’Aquila sostare spesso viene più “naturale” nei momenti di emergenza, (grande classico: “l’equipe sta scazzando, ci serve una supervisione!”) che in quelli di apparente tranquillità: la troppa tranquillità è però spesso sinonimo di grandi ronfate educative, almeno dentro un’agenzia educativa.
Massimo Scali
Per sostare bisogna anche che vi siano alcune condizioni:
un luogo dove sostare, il tempo per farlo, bisogna saperlo fare, oppure esservi obbligati - più o meno brutalmente - da qualcuno o qualcosa o dalla “necessità”.
la sosta meditativa è “dei saggi”, gli altri si arrabattano a farlo quando possono oppure devono.
cosa oggi ci induce a soffermarci sui temi che ci sono o che brillano per la loro assenza?
alle volte sono la rabbia o l’impotenza a focalizzare l’attenzione su di un tema, ma sono due molle che, forse, non permettono grandi di saperi/possibilità educative.
anche l’assenza di tempo sembra indicare che non ci stiamo dando il tempo per imparare e che stiamo esplorando l’impotenza.
certo sapere che non tutto è possibile è una tappa di crescita necessaria, soprattutto in educazione dove il confine tra onnipotenza e impotenza è spesso velleitario e mai pensato sino in fondo.
ma una volta che si è esplorata la non possibilità, occorre anche costruire strade e ponti alternativi, chiavi di lettura che permettano qualcosa …
mi chiedo e vi chiedo … non sta all’educazione farlo, cominciando con l’uscire finalmente dal famoso ghetto dei servizi dove molti educatori si incistano.
e poi smettendo di guardare solo alla propria utenza, e ombelico, per osservare le cose da prospettiva più ampia … che può essere indicata ….
a questo proposito leggere anche :
http://www.studiodedalo.net/blog/?p=7
http://www.studiodedalo.net/blog/?p=8
…ci ho provato nel post precedente ad evitare collegamenti con la quotidianità….ma non ce la posso fare…”uscire da ghetto dei servizi” l’ho pensato anch’io molte volte e mai come in questo periodo e credo anch’io che un punto di svolta, dopo aver riconosciuto il limite, è cercare di andare oltre…di costruire qualcosa di diverso.
Oggi ho guardato per 5 minuti il TG 5: in apertura un servizio sull’abito a fiori di Michelle Obama (della serie “I vestiti nuovi della moglie dell’imperatore”) e il successivo sul menù della cena dei “grandi”…questo oltre a non essere una notizia è immorale…in questo NON CI VOGLIO STARE. Avrei un’idea di cosa costruire di diverso dentro e fuori ai servizi.
@monicasimionato: tipo?
mi chiedo se, al di la di un giudizio morale o meno, cosa ci dicono le letture alternative al vestito di michelle obama:
che delle donne ci si occupa solo di come sono vestite,
e/o delle donne di potere è più importante il vestito?
o che la signora obama se ne frega, come ho letto, ed è molto understatement?
e … a noi serve saperlo?
dobbiamo capire se è solo glamour o metacomunicazione (per la psicologia non verbale anche l’abbigliamento veicola comunicazioni)?
a noi cosa cambia?
cosa passa tra la macro politica e la vita quotidiana?
nulla?
molto?
non voglio dire che l’abito della signora michelle obama sia importante in se, ma che forse l’utilità sta nella moltiplicazione di domande che possiamo porci attorno a quel abito, se lo leggiamo come comunicazione, se lo osserviamo da un altra angolazione, se ne complessifichiamo - sperimentalmente - la portata simbolica.
un esercizio di stile certo, ma se poi esercitiamo la moltiplicazione della domanda di fronte al nostro utente ecco che l’esercizio prende senso e forma.
anche perchè, se non ricordo male nella prassi lavorativa, osservare come vestiva un genitore e o come andava abbigliato ad un colloquio (adm, comunità, ass sociale, tribunale) offriva alcune possibilità opzionali ed aggiuntive di lettura su stili, comunicazioni, cultura, soprattutto se li si intrecciava, poi, anche con altri dati.
di colpo la lettura complessificata di una situazione, obbliga a nuove letture, consapevolezze, strategie, prassi, responsabilità.
m.
…vada per la “lettura simbolica”….ma, forse in mala fede, credo che i servizi del tg siano più sul versante pettegolezzo. Credo sia ora di riprenderci la sostanza delle cose….desiderandola…come scritto nel nuovo post….
anche io penso che i telegiornali non si pongano domande simili, mi immagino che se i giornalisti lo facessero si noterebbe decisamente …
ma la questione partiva dai servizi … ed è giusto che lì si ritorni …
a moltiplicare sguardi, per iniziare
Hai ragiore….strano parlarsi così senza di fatto conoscersi, non ci sono abituata…ma credo anche, a costo di sembrare ingenua, che è anche il momento di ricordarsi di uscire, di tirare fuori e rendere visibile (se poi sarà utilizzabile, questo è il pezzo degli altri) quello che nasce e cresce nei servizi. Un ritorno per poi uscire, continuare il viaggio, raggiungere anche altri mondi e metterli in connessione. Ciascuno come puo’, certo. Però credo che sia il momento ADESSO.
Quindi bene lo sguardo e il riflettere, ma sento anche (come la tartaruga del bel libro “Il coraggio di essere io” edizioni Carthusia che va verso il suo mare….) che insieme alle riflessioni dobbiamo riprenderci le cose con le mani, il fare, l’agire….lo so che anche questa è una riflessione ma a me serve per stare o non stare nelle cose per cercare di cambiarle.
questa è la sfida del blog, che ora tu metti a tema.
l’uscita e la tenuta fuori dal servizio di alcune riflessioni che poi rientreranno nel servizio. dopo essere uscite, essersi riossigenate con nuovi incontri e nuovi sguardi, per ritornare nella quotidianità.
e se penso ai miei colleghi educatori, molti dei quali sono persone che stimo per professionalità e acume, vedo una grande difficoltà a uscir dalla logica tipo “quel minore è così o cosa, quella famaglia è fatta così, o ancora un più rassegnato quel disabile è disabile”.
ma l’uscita prepotente nel mondo, fuori e lontano dal servizio, ci obbliga a vedere i macrosistemi, le logiche dei grandi numeri, le complessità che governano (o determinano) la forma di un problema.
allora si che tornare all’agire poterà ad una azione diversa o più consapevole, per riprender qualcosa che conosco, o dove so che posso metterci le mani, inserire delle variazioni.
la mia domanda quindi e adesso diventa come si può sollecitare l’uscita dalla logica del “servizio” … che è già un metter mano …
(tanto più che l’agire è un ponto nodo/snodo di questa riflessione)
oppure provo a mettere in luce una altra questione parallela, questa riflessione, di gruppo con persone nuove, in una sitaizione altra (blog) cosa permette di riportare al servizio in cui si lavora..
ciao monica
@monica s.
in ogni caso, lo dico come membro del gruppo che porta avanti il blog, cercheremo di costruire una sezione in cui ci presenteremo.
ma questo valee varrà solo per noi, ovvio che altri lettori di passaggio o altri blogger non saranno conosciuti.
in ogni caso per chi ha un blog … è più facile, basta andare sul loro blog ed incontrarli lì …