Allenare, educare, crescere, pensare: Julio Velasco – Coach
In una delle mie vite parallele mi trovo a che fare con il settore commerciale e dei servizi. In relazione a questa attività parallela sono andata sabato, in grande hotel milanese, invitata ad un evento di una grande azienda. Un evento che coniugava momenti di riflessione, di formazione e di incontri con i venditori di importanti brand del settore.
Sarebbe interessante fare una analisi sulle diverse offerte formative, ma non è questo il luogo; comunque uno dei momenti che scandivano la giornata prevedeva di ascoltare Julio Velasco, famoso allenatore di pallavolo, che avrebbe dovuto illuminarci sul cambiamento, inteso come opportunità di uscita da una crisi - economica e non solo – che attanaglia un pò tutti i settori. Mi immaginavo il tuttologo che ha una “ricettina” per tutti; le mie previsioni sono state incredibilmente smentite, è stato il momento più qualificante della giornata.
Mi sono trovata davanti ad una persona capace di comunicare, allenare uomini (e non solo per la pallavolo), capace di trasmettere e di educare. Ne sono rimasta affascinate e ammirata, come molti, una platea di 500 persone.
Per me è stata, inoltre, una esperienza realmente formativa, pur nella sua brevità. (Forse non è questo lo spazio per raccontare quell’apprendimento; in ogni caso per un approfondimento su Julio Velasco trovate alcuni link a fondo pagina.)
E’ stato lui che mi ha mostrato che il coaching, fatto bene, può parlare con l’educazione, fatta bene.
Soprattutto in un momento in cui l’educazione sembra avere perso parte della sua luminosità e concretezza in alcuni luoghi, che le erano propri.
Così, al di la delle resistenze, dei paradigmi che si vorrebbe prevalessero, dei dubbi sulle reciproche legittimità o sui luoghi in cui avviene l’educazione, mi chiedo se non ci sia una educazione sottotraccia, che va stanata e raccontata. E poi reimmessa in circolo anche quando non proviene dai luoghi eletti e deputati. Laddove le agenzie educative sono in crisi (anche procurata, cfr i taglia alla Scuola pubblica, e ai servizi socieducativi), laddove non sanno riversare il loro sapere nella cultura e nella società (quante tra Cooperative Sociali che si occupano di educazione producono cultura sul loro fare?), si crea un vuoto che altri tentano di riempire. L’educazione sta in un sacco di posti …
Dopo un paio di giorni mi chiedo: non è necessario cercare e creare nessi?
E a chi spetta di trovarli?
Chi ha ancora voglia di metter le mani nel caos e trarne una stella danzante?
Monica Massola
info su julio Velasco
Julio Velasco su you tube
Intervistato da Peace Reporter
Infine Un articolo ““Educare attraverso lo sport non è uno slogan, ma una realtà”
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Comments
mi viene da pensare che se il fare educazione è -naturalmente- tanto diffuso sia responsabilità di chi lo fa professionalmente quello di creare cultura, pensiero e di saperlo rendendere fruibile. se no, perchè ci pagano?
dunque tocca agli educatori, ai coordinatori di servizio, ai progettisti, ai referenti d’area e di servizio, ai presidenti e direttori pubblici e del privato sociale il compito di pensare il fare.
detto ciò ho una collega che si lamenta spesso della fatica che le viene richiesta nel ripensare il proprio fare. la fatica mia, che la coordino, è quella di mostrarle che è una possibilità per dare senso e rilievo, per “smarcarsi” dall’educazione naturale e far parlare la propria professionalità…ma è dura.
e allora mi viene da chiedermi se anche in educazione (quella professionale) c’è il citato “scarica barile” di Julio Velasco quando parla del rapporto tra sciacciatore e alzatore…non dico, non mi assumo la responsabilità di dire io di quello che faccio perchè poi mi toccherebbe un’altra responsabilità: pensare, trovare nuove soluzioni creative, schiacciare anche le palle basse, quelle venute male, quelle neanche alzate, usare due mani,una sola, il pugno, il pallonetto, la schiacciata lunga, quella media, quella storta, quella che buca le mani degli avversari. insomma, se non penso, non devo neppure trovare altre soluzioni. ma dunque – provocatoriamente – perchè si è e si dev’essere pagati per fare qualcosa che già c’è chi lo fa naturalmente??
che bello Anna trovarti qui e così energica!
mi fai pensare a quanto già stavo pensando prima con Monica tramite altri canali comunicativi (possibile che pochissimi educatori/pedagogisti/colleghi passino dai blog?), ma anche con le momcoaching commentando i loro contributi e dicendo delle mancanze dei pedagogisti. pensavo e penso che chi fa educazione ha proprio bisogno di darsi una mossa. d’altronde noi siamo qui e sgobbiamo anche per questo, no? ci piace farlo, giusto? tu ora concentrati sulla scadenza che giovedì ti cambierà la vita (e che già te la sta cambiando). io tengo duro e proseguo a testa bassa e, chissà,…prima o poi ti darò il cambio!per cui preparati!!
commentando più analiticamente quanto hai scritto qui, invece, penso che lo scarica barile sia una caretteristica propria del rapporto tra l’essere umano e le responsabilità che incontra. quindi, per certi versi, mi viene da essere clemente pensando a chi scarica il barile, anche riguardando le volte in cui lo scarico io. eppure sono una sostenitrice accanita dell’assuzione delle proprie responsabilità! tra cui cui quindi c’è anche quella di riconoscere i propri errori, volendo mobilitarsi per affrontarli. non so, ma questo Salotto, tra eventi di vita che si intrecciano e l’incontro con le momcoatching, mi sta facendo pensare molto alla vita extraprofessionale e al rapporto che questa ha con la vita professionale, soprattutto nel nostro caso in cui ci occupiamo in varie forme e secondo vari tagli della vita degli altri. mi chiedo, ci rendiamo conto di quante volte ci sentiamo piegate dalle responsabilità lavorative che dobbiamo assumerci per dovere, quando poi la vita ne presenta di ben più gravi (nel senso di grosse e pesanti)? e mi viene da pensare se, quando per lavoro ci troviamo di fronte a responsabilità non prese, noi, che siamo lì a mostrarle, ci ricordiamo e ricordiamo a chi con noi lavora, che la vita è piena di responsabilità ben più gravose da prendere e che non ci si può esimere dal farlo, anche sul lavoro, coscienti, per di più, che se si tratta di lavoro, a un certo punto si può staccare, ma nella vita no, non è permesso farlo. quante paranoie Annina che ci facciamo (noi educatori intendo! ecco, sono partita proclamando clemenza e mi ritrovo come al solito nella posizione di ferma sostenitrice del dovere. è importane però per noi ammettere quel grado di umana imperfezione che ci portiamo dietro. per cui, per chiunque leggerà questo scambio tra me e Anna, tranquilli. anche noi che, ’splendide’, andiamo in giro insegnando di tutto e di più, siamo imbranati in qualcosa. forse in ben più che in qualcosa! ![]()
linko una canzone del liga, così, per distenderci un poco…


dalla rete .. altre riflessioni in zona coaching http://www.veremamme.it/mamamablog/2010/3/16/lo-schiacciatore-non-parla-dellalzata-la-risolve.html