Culture partecipative. Voto anch’io, anzi televoto.
La partecipazione dalle primarie del P.D. così come il televoto di “X- factor”, o di “Amici” o del “Grande Fratello”, o come le firme on line per i vari appelli de la Repubblica, sembrano esprimere un bisogno comune di partecipazione, una grande necessità di presenza al momento delle decisioni, la volontà del dire “la propria” non appena se ne presenti l’occasione. Certo, ci sarebbero dei distinguo da fare ma quel che colpisce sono due elementi, qualcuno decide una rosa di candidati, la valuta, li seleziona, li fa muovere sul palco, e noi – i votanti – siamo (il) pubblico. Poi passiamo al ruolo di elettori, con diritto di firma (talvolta anche on line) o di televoto.Ma la partecipazione è diventata volontaria, è un diritto disancorato dal dovere, (quel diritto dovere che ci lega alle elezioni poltiche, per esempio), un diritto velleitario, paradossamente in crescita nella misura in cui si riduce il numero di votanti nei seggi elettorali.E la partecipazione si fa sempre più in forma di televoto: chiudono i circoli di dibattito, gli spazi sociali autogestiti, le sedi dei partiti, o in tutti quei luoghi in cui si costruisce la partecipazione, l’incontro, i progetti e i programmi; è ora, si accendono i telefonini!Il pensiero quindi prende strade sotterranee, imperscrutabili, non nasce più nello scambio, dalla riflessione, dal dialogo, anche nello scontro che genera nuovi pensieri e nuovi scambi, nella pratica del costruire un sapere/dire/pensare che avviene nel mentre ed insieme, e si proietta nel futuro.Ognuno solo con il suo telefonino vota e decide.Sembra una grande forma di cultura partecipativa, ma la domanda inesausta è: la decisione, anzi l’esito finale sarà davvero qualitativamente migliore?
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Comments
Il voto elettore esprime la scelta di delegare a qualcuno di decidere per noi.
Anche questa partecipazione in fondo è una partecipazione mediata, si tratta, in fatti, di delega.
Anche questa ha fatto il suo tempo in termini di fiducia e speranza di vedere ben custodita la speranza riposta nel voto.
La partecipazione come democrazia diretta è stata una pratica di altri tempi, forse solo un ‘utopia sognata lucidamente.
Ad ogni fallimento il diminuir della speranza fino ad arrivare a queste pratiche che più di partecipazione sanno di audience, di gradimento.
Quando e dove decidere per noi, tra noi?
Uuh che manrovescio! Stiamo seppellendo nell’Endemol generation. Devo aspettare di perdere il mio diritto di voto per guadagnare il diritto alla nomination?
Io sono l’Uomo Qualcuno perchè voto contro qualcuno,
io sono l’Uomo Qualcuno perchè televoto per qualcuno,
lasciatemi nel mio mondo sistemato e spensierato…
…partecipare è prendere parte, è intervenire con altri…
così non potrebbe essere oziocracy!
Perchè abbiamo voglia di partecipare al televoto e non al voto?
Perchè ci pare più rappresentativo votare per Xfactor che non per un politico, al di là dell’ovvietà della fatica.
Perchè la politica (ci) stanca.
Mi chiedevo se non fosse una questione di distanza e di scelta, i protagonisti da tele votare sono più facili, vicini, visibili e rappresentativi di una identità …
Il prevalere della partecipazione tramite voto/televoto, sulla partecipazione tramite discussione, magari nella sezione di partito, secondo me va letto come la vittoria della cultura del voto di scambio. Si partecipa cioè per avere qualcosa in cambio, non per lottare per un mondo migliore. Il voto/televoto è più funzionale per chi vuole qualcosa in cambio (si badi bene, anche in buona fede), perché è più veloce, meno impegnativo, più leggero e soprattutto non hai nulla da perdere. Impegnarsi per una causa significa invece mettere in conto che si può anche perderci qualcosa, come minimo il tempo impiegato per quella battaglia.
Massimo Scali
@massimo … mi apri invece uno scenario il voto per x-factor mi permette una identificazione senza una contro partita e volendo è più idealistica, inoltre mi permette di scegliere il percorso formativo di qualcuno, di vederne lo sviluppo, le competenze, la faccia che ci mette davvero ….
( cfr. http://www.studiodedalo.net/SalottoPedagogico/?p=113 )
non è che ne sia contenta, però sembra segnalare qualcosa …
nella civiltà dell’immagine si vuole vedere qualcuno per com’è, prima di seguirlo, di votarlo ….
non è una possibilità che va esplorata prima di rigetterla? non è il mondo reale, lo scenario che va riesplorato ed attraversato, per capire dove imparare, conoscere e …
X-Factor mi piace proprio perchè ci ho visto l’esibizione e la narrazione di un dispositivo pedagogico e le sue potenzialità e i suoi limiti.
Il difetto peggiore non è l’evidente inquinamento dell’arbitrio dovuto alla competizione tra i giudici ma proprio questa faccenda del televoto.
Come disse qualcuno ( o scrisse) siamo una società irrazional popolare, ossia abbiamo abbandonato la ricerca di valori civici nelle rappresentazioni mediatiche per soppiantarli con qualcosa che è andato anche oltre all’affettivo emotivo dei decenni precedenti.
Scegliamo ( non vale per tutti evidentemente) irrazionalmente, sull’onda emotiva ma anche a seguito del guizzo del momento, per riperpetuare l’irrazionale/populista.
E così non vince il valore della formazione e l’abilità di chi impara e di chi insegna ma il guizzo momentaneo che fa digitare il codice.
n’est pas?
mah…tra x-factor e caparezza, io voto caperezza! pur essendo morgan un genio…ahimè, ’sto giro si è piegato ai copisi guadagni televisivi.
a dirla tutta, sì, voto caparezza perchè non andrebbe mai a x-factor!ecco.
e penso,e mi chiedo come tutti voi, perchè per queste trasmissioni si vota e ai seggi elettorali, alle urne, non va più quasi nessuno? monica dce che gli italiani hanno voglia di conoscere l’identità di chi votano. sì, anche. ma quali italiani credono che attraverso x-factor riescano a conoscere le persone che stanno dietro la maschera televisiva di quel cantante? io almeno sono andata ad ogni raduno di Ligabue per anni, sperando di incontrarlo e per farmi guardare dritto in faccia. non ce l’ho fatta. e infatti non ho conosciuto luciano. perchè ormai si pensa che si possa conoscere chi sta davanti ai tuoi occhi 24h/24, ma dietro uno schermo e con copioni da recitare? e ancora, perchè per farsi votare i politici oggi si rendono volti televisivi? per di più, tranne qualche rara eccezione, quelli che televotano sono gli stessi che voterebbero “i politici della tv”. sarà poi che io vado a votare per sostenere un pensiero e non una persona, che quindi non necessariamente devo nè voglio conoscere.
mi chiedo perchè sia sempre più forte il bisogno individuale, sottolineato di Emanuele, di esserci, di vedere e vedersi e anche di farsi vedere e sapere che si conta.
più in generale mi passa la voglia di stigmatizzare la non partecipazione politica e bollare come “non voglia” quella del televoto, come ripiegamento, se provo a collocral diversamente in uno scenario più ampio. sento il bisogno di usare questa figura sfondo per capire.
infatti, volenti o nolenti, siamo nel mondo e nel tempo della globalizzazione nel quale (forse) ben si colloca una spinta uguale e contraria all’individualizzazzione.
siamo nel mondo della visione, dominato da questo senso, Tele_visione, pc, cinema, il nostro immaginario è diventato, si è costruito molto a partire dalla vista.
mi chiederei perchè le identità simboliche televisive siano diventate importanti…
mi chiederei perchè lo sciopero del 5 dicembre è stato indetto dalla forma più individualista ma anche sociale che c’è oggi: la blogsfera e i socialnetwork. Un individualismo che diventa socialità, una socialità virtuale che diventa azione politica. Un paradosso? Una avanguardia? la parte virtuale e virtuosa di una società alla sbando e alla ricerca di una identità? Chi vota per x factor e chi partecipa attraverso la rete….
Mi chiedo infine quanto queste forme non corrispondano alla pratica del nuovo e se noi non si debba anche imparare a comprendere questo nuovo, benche si pensi o si sappia che nulla del vecchio è cosi “cattivo” in se, da esser rigettato ma che le cose si muovono comunque e a noi tocca il ruolo del surfista….
P.S.
tanto più che questo surfare nel mondo in movimento, ci vede anche nel ruolo di chi si occupa di educazione.
il rischio dello stigmatizzare il televoto (fatte le debite proporzioni, è ovvio)… non è di finire come l’on. gelmini che risponde ai bisogni di una scuola che cambia proponendo certe innovazioni, assai “innovative”, quali il grembiulino nero, il voto in condotta, i voti invece dei giudizi, il maestro unico … ?
Credo non si debba condannare quello che c’è a discapito di quello che c’era. Credo invece che si debba cogliere le nuove modalità di espressione e di appartenenza a questo nuovo mondo. Il mancato voto alle urne nasce da un disincanto, dal non credere più in quel mondo migliore, di cui parla anche Massimo, ma perchè la gente sente che quel mondo migliore non gli appartiene più, si è stancata di faticare per quella speranza. Dove sono le belle case? La scuola che fuonziona? Gli ospedali all’avanguardia?
La gente vive in topaie, annega nei debiti, la scuola è ferma al ‘15-’18 e la sanità ormai è quasi sempre MALA ( o almeno così la si dipinge ).
Da qui la voglia di nuovi sogni e nuove speranze da cercare ed inseguire. Facciamo un giro tra i ragazzi e chiediamo: “Cosa vuoi fare da grande?”
“Voglio andare ad X-factor/Amici..” .
Senza andare troppo lontano, ad esempio per la mia generazione (1978) i sogni erano altri, appartenevano all’onirico ma rimandavano a realtà :”Avvocato, Dottore, POLITICO..” insieme al lato più artistico “Attore, Ballerino, Cantante..” . NON: VOGLIO ANDARE AD X-FACTOR MA VOGLIO FARE IL CANTANTE!!
Da qui quell’emergere del bisogno individuale che ha bisogno di esprimersi nel fantastico, nella necessità di sognare per poter vivere nel reale:nel televoto – il contributo individuale al nuovo sogno comune di una vita migliore-
Invece il voto: l’obbligo di esprimere la mia preferenza su ciò che più si avvicina al mio pensiero e che si trasforma in utopia, perchè in quel mondo non c’è spazio per me e per i miei bisogni e per quelli della collettività.
La politica è il regno dei pochi , la televisione la realtà ed il sogno di molti.
Sinceramento ho un po’ perso il bandolo della matassa…ad ogni modo mi va di cogliere lo spunto di Monica, ossia come posizioniamo il lavoro pedagogico educativo in questo scenario in movimento .
Bella l’immagine del surf anche se a pensare ai servizi educativi mi sembra fuori luogo.
O meglio può darsi che nella nostra mente si faccia surf e poi si è più o meno costretti a stare immobili mentre lo scenario si muove velocemente ( lo scenario “mondo oltre noi” ) Un po’ come se fossimo dei cartoni animati.
Ci pensate ad un reality ambientato in un CSE con i televoti che decidono chi resta e chi se ne va? Si fanno le gare di chi ha imparato meglio e poi i genitori e i parenti a casa votano chi può restare. Sicuramente vincerà chi ha la famiglia più numerosa, a meno che non si riesca a spettacolizzare la cosa a tal punto da coinvolgere l’intera cittadinanza locale al voto.
Gli enti locali anzichè distribuire i voucher distribuiscono buoni voto ad ogni cittadino, da usare per l’esibizione del parente al CSE, al CAG o a scuola.
Democrazia partecipativa, chi vince si accaparra il diritto.
@francesca io faccio invece fatica a scender così di piano… almeno così bruscamente, ma come stavo amabilmnet surfando e tu mi cacci in un cse da incubo con la defilippi e la marcuzzi???
però se dobbiamo ricalarci dallo scenario lontano al quotidiano mi chiedo come questa cultura di partecipazione, questo ambivalente bisogno di esserci a distanza, e scisso nella mia individualità ma senza perdermi il diritto al televoto, e quindi anche ad una partecipazione spuria … non entri nei cag, o nei cdd per come sono progettati e per come parlano all’utenza e alla famiglie.
ecco come intendo la funzione dello scenario più lontano, qualcosa che si può tradurre, volontariamente o no, nel lavoro nei servizi … che può fornirci nuove e diverse chiavi di lettura, quando qualcosa comincia ad essere diverso e non più leggibile se uso la vecchia ottica…
…
e se mi penso nel ruolo di madre con una figlia 12 enne alle prese con questo scenario, al suo esserne formata, mi sento ancor più chiamata in causa, perchè nel “suo” mondo ci sono novità che posso anche non apprezzare, eppure devo cercare di buttare ponti (tibetani) tra me, lei e il mondo attorno e nostro attraversarlo mentre attraversiamo il suo processo di crescita …
ciao, mi sono venute in mente queste due canzoni oggi.
La prima è LO SCRUTATORE NON VOTANTE – Samuele Bersani
http://www.youtube.com/watch?v=Ipo2yTxPRMs
la seconda è IL MIO NEMICO – Daniele Silvestri.
http://www.youtube.com/watch?v=rRdi9wNBHNc&feature=related
spero che i link funzionino. probabilmente sì, una volta che si posta? con questa nuova grafica monica, non ci ho ancora provato…
va beh, mal che vada rifaccio nel modo giusto.
ps: esatto! come pensavo! i link funzionano. bene.
io il 5 vorrei andare a roma e sto seguendo su fb il movimento del no berlusconi day. io credo che la blogosfera dà possibilità di organizzarsi, ancora e finalmente, al di fuori delle zone d’ombra e de “l’occhio” del potere mediatico. ci si riesce anche a confrontare, a discutere, senza finire in arringhe vergognosamente urlate come quelle che tutte le sere si possono vedere in tv.
anche se accolgo la provocazione di francesca e dovrei ragionarci un attimo, io comincerei ad utilizzare i network nei servizi e con figli e fratelli minori che abbiamo, non per farci vedere adulti alla moda o per dare loro possibilità di stare su internet anche fuori di casa, ma per poter avere ancoraggi per insegnare discorsi democratici, sulla democrazia, per la democrazia…fuori dalla blogosfera, la democrazia è troppo barcollante per poter avere immagini a cui fare riferimento…
@francesca…
perchè dici che il punto è non come ma cosa si insegna?
non sono due elementi dell’educare? come e cosa (?)
non c’è una dialettica tra come e cosa?
se mi penso nel mio ruolo di formatore con una impronta psicomotoria (beh anche più di una impronta) è già il mio corpo che insegna, non solo la parola, il come mi muovo, il come creo il contesto che ospiterà l’esperienza formativa, sono già un elemento dell’insegnare …
il come non è (in parte) la scena educativa che si struttura, che diventa struttura e anche in questo offre insegnamenti?
Non dico che in generale il problema è il cosa si insegna ma faccio riferimento allo specifico aspetto competitivo dei vari televoto e teleinsegno. Ossia apertura massima alla partecipazione ma anche centratura sul valore dell’ eliminazione dei partecipanti.
Ovviamente il come e cosa insegno dialogano sempre, ma se propongono una contraddizione bisogna rivedere il messaggio che si propone.
@francesca, ovviamente hai ragione sul fatto che è un gioco e che la centratura è sulla selezione finale, sulla competitività, sulla questione che alla fine “vincerà uno solo”, fortunatamente la vita non è solo così, non tutti i contesti educativi promuovono una logica della vittoria come selettore di riuscita.
ma il gioco qui nel blog è, lo dico per me, all’astrazione, al guardare scenari possibili e capire se dicono qualcosa di diverso da ciò che io credo sia giusto e bello …
se è così riesco a cambiare le domande, o almeno così mi pare sia possibile uscendo dalla dimensione del giudizio/pregiudizio/di ciò che so o penso di sapere prima … (vedi le riflessioni sulla koynè condivisa su conferenze…)
tornando al gioco (io peraltro vedo solo x-factor e lo faccio soprattutto per i commenti tecnici e spesso colti di morgan) ci sono meccanismi di rimessa in gioco, ci sono i giudici e il pubblico che a volte dissentono, c’è che alla fine scopri che chi ha l’X-factor (ammesso che esista) ha successo a prescindere dal televoto.
cosa ci dice questo?
cosa dice delle strutture scuola, e di gioco tv con una forma scolarizzata (X_factor, amici et simili),
cosa dice della politica che oggi sembra muoversi nella direzione del: è bravo che vince con il tele voto e non chi è il più bravo?
cosa ci dice di una cultura/politica di sottofondo che sta modificando il senso della scuola, vince il più bravo e non ha valore l’imparare in se?
e via discorrendo
… mi scuso se al mio solito incasino le carte ….
Credo che una caratteristica che complica il termine partecipazione riguarda la doppia valenza semantica che assume il verbo “partecipare” : da un lato significa “prendere parte” ad un determinato atto o processo,
dall’altro “essere parte” di un organismo, di un gruppo, di una comunità.
Credo che le culture partecipative odierne si esprimano nella stragrande maggioranza attraverso il livello del prendere parte, cioè compiere determinate azioni (ad es. il voto) che facciano sentire di partecipare al gioco, molto debole è invece il livello e la possibilità di essere parte, cioè di costruire, di orientare e di dare senso al gioco.
Quando prendi parte se non “voti tu” semplicemente vota un altro,il gioco va avanti lo stesso, ognuno di noi è più intercambiabile e deresponsabilizzato.
Quando sei parte il non esserci potrebbe inceppare il gioco, non si è così facilmente sostituibili. E’ una responsabilità grande che sembra sempre più faticoso assumerci.
In quest’ottica non c’è molta differenza tra votare ad X factor, amici, o alle elezioni, Tutti questi contesti chiedono solo che si prenda parte, non che si faccia parte.
Ma mentre x factor e gli altri programmi di questo genere chiedono di votare chi più ti piace, il meccanismo elettorale chiede di votare coloro di cui ti fidi.
E poichè la fiducia è un bene sempre più raro ai nostri giorni, questa potrebbe essere una possibile spiegazione del calo di questo tipo di partecipazione rispetto alle altre.
Credo che i politici in qualche modo lo abbiano capito, infatti sono diventati molto “più televisivi” perchè attraverso questo strumento cercano di conquistarsi un consenso non tanto basato su una fiducia che non sono più in grado di ispirare, ma sulla possibilità di piacere che è più alla portata di tutti.
Marina Balestra


Consiglio a questo proposito “io diventerò qualcuno” di Caparezza: attenzione alle parole ma anche le immagini non sono niente male!!
http://www.youtube.com/watch?v=YBFQc1nWlKs
Questo perchè credo che questa riscoperta volontà partecipativa ,citata nell’articolo, anche se si basa su nuove forme di affermazione di volontà ( televoto, sms..) si fondi su un bisogno individuale e non tanto di reale condivisione degli interessi pubblici.
Lo dimostra il fatto stesso che mentre questi fenomeni di espressione individuale sono in aumento l’affluenza alle urne, invece, va sempre scemando. Nell’ottica di un diritto che ormai viene visto esclusivamente come un dovere e come tale da evitare: ” Che palle.E’ Domenica e devo pure andare a votare.. Ma chi se ne frega,sto a casa e mi guardo le partite / telenovelas / varietà!” .
Salvo poi magari scendere in piazza o meglio ancora stare a lamentarsi nel baretto di quartiere commentando:”PIOVE,GOVERNO LADRO!!”