Cronache Pedagogiche

di Igor Salomone – Un altro blog dello Studio Dedalo

Alla fine bisognerà pure ringraziare

Posted on | giugno 7, 2010 | 7 Comments

Di Irene Auletta

Da anni, ogni tanto, mi imbatto in uno scritto dal titolo “Le mamme speciali” di cui  solo oggi sono riuscita a rintracciare l’autore, tale Erma Bombeck. In fondo è stato facile, è bastato fare una ricerca con Google, digitare mamme speciali ed ecco che è comparso un qualcosa di simile ad una lettera, che inizia più o meno così.

“Hai mai riflettuto su come vengono scelte le mamme dei bambini disabili?”. “Se ci penso, visualizzo Dio che sorveglia la terra selezionando i suoi prescelti per la procreazione con grande attenzione e giudizio. Mentre osserva Lui raccomanda ai suoi angeli di prendere appunti su un libro gigante.”

Pure pedagogico, ci avreste mai pensato? E via discorrendo. Se la cosa vi incuriosisce continuate pure la lettura di quello che troverete senza difficoltà in internet.

Ricorre in questo scritto l’idea di speciale che oggi sovente vediamo appiccicata a tutti quei bambini o ragazzi di cui non si vogliono nominare le differenze, i problemi, le caratteristiche e le difficoltà. Insomma dire handicappato non è chic, parlare di disabile pare incompleto e così oggi siamo giunti al molto discutibile diversamente abile, che di solito mi fa pensare proprio ad un “barbatrucco”, come direbbero i bambini nella loro spontaneità insostituibile.

Sul vocabolario alla voce speciale troviamo “aggettivo che riguarda la specie, contrapposto a generale; particolare, non comune; di qualità ottima, scelto”.

Ecco. Proviamo a partire da qui.

Per alcune situazioni, tra cui la disabilità, pare che l’idea di contrapposto a generale debba combaciare a tutti i costi con qualcosa di ottima qualità, tanto da meritarsi senza esitazione la definizione di speciale. Sulla questione in sè potrei anche aver poco da dire ma ciò che mi lascia perplessa è il bisogno di definire all’inizio qualcosa di cui lo svolgimento e l’epilogo sono ancora sconosciuti. Come se il processo intrapreso, le fatiche e le conquiste non fossero necessarie perchè tanto, sin dall’inizio, si sa già di essere speciali.

Ma dove sta scritto? E’ vero che alcune esperienze esistenziali possono diventare occasioni per crescere, per imparare e per sentirsi “speciali”. Non esiste però alcun automatismo e crederlo vuol dire banalizzare tutti i significati (e i sacrifici) che accompagnano importanti percorsi di vita. Se così fosse tutte le persone che hanno attraversato spiacevoli vicissitudini sarebbero in qualche modo migliori, ma sappiamo fin troppo bene che non è proprio così.

A volte le difficoltà, i dolori e le fatiche, inaridiscono, rendono spenti e, come diceva mia nonna, “incattiviscono anche la brava gente”.

Probabilmente dobbiamo cercare altrove il valore e il significato di un esperienza difficile, qualunque essa sia. Forse la specialità possiamo trovarla nella possibilità di imparare, di capirne qualcosa di più su noi stessi e su chi ci circonda, di fare tesoro delle nostre fatiche per avvicinarci con maggiore comprensione a quelle altrui e di contattare con maggiore forza la nostra finitudine come occasione per vivere, con la migliore intensità per noi possibile, il passaggio su questa terra.

Quando questo accade, e sono momenti, si vivono incontri ed esperienze davvero speciali. Si riconoscono molte delle banalità che ci circondano, si gioca con le proprie difficoltà, si allontanano senza timore persone sgradevoli, si piange con meno vergogna e ci si sofferma un po’ più spesso a gustarsi il sapore speciale dell’essenza delle cose, non perdendo l’occasione di farsi una bella risata.

Allora, a volte a denti stretti, con il dolore nel cuore e la gioia negli occhi, ci si volta indietro e si ringrazia.


Comments

7 Responses to “Alla fine bisognerà pure ringraziare”

  1. Barbara
    giugno 8th, 2010 @ 01:01

    Grazie Irene per quello che le parole del tuo scritto riescono a smuovere in una mamma continuamente e faticosamente in ricerca di ciò che può rendere “speciale” il proprio rapporto coi propri figli!
    Ma quanti significati può avere mai questo termine “speciale”!?!
    “Speciali” sono i figli che per loro caratteristica e natura ti fanno vivere, loro malgrado, esperienze dure, difficili e dolorose e “speciali” sono i genitori che le affrontano giorno per giorno…”speciali” sono però anche quelli che hanno doni e virtù riconosciute tali dalla società e che vivono e ti fanno vivere invece “momenti di gloria”…
    Come tante parole della lingua italiana, anche questa, “speciale”, la stra-usiamo in situazioni così differenti tra loro per significato e conseguenze da farle effettivamente perdere spessore e profondità…
    Allora quello che mi colpisce qui e ora e che mi rimane del tuo scritto è proprio questo scrollarsi di dosso tutte queste false “etichette”, spurgare l’esperienza da facili “luoghi comuni” che sembrano sempre d’accomodamento, per descrivere ciò che ci spaventa, che facciamo fatica a riconoscere come nostro o almeno vicino a noi…una bella ripulita per ridare dignità, il giusto rispetto
    e una dimensione più umana a tutta l’esperienza dell’essere “genitore” prima di tutto,che vive tutto, dolore, sacrifici, difficoltà…ma anche traguardi, sorrisi e momenti di leggerezza senza appunto poterne prevedere lo svolgimento e/o l’epilogo, come scrivi tu stessa!
    Io leggo la voglia e il desiderio di esser vissuti come genitori che ridanno alla propria esperienza dimensioni più umane, forse, ma sicuramente di maggior significato nella ricerca di senso della difficoltà, che fa crescere per primo se stessi e, con condivisioni come questo tuo scritto, anche gli altri! Sicuramente ha fatto un po’ crescere anche me, obbligandomi a trovare parole giuste per scrivere riflessioni che girano confuse nella mia mente!
    Non so se ci son riuscita, ma ciò che ha reso per me “speciale” questo tuo scritto è proprio che girerà nella mia testa ancora per un po’, aiutandomi a ridare a certe parole, il giusto peso, perchè calate in maniera più onesta e concreta sulle esperienze per evitare proprio di banalizzare i significati e i sacrifici!

  2. Katia
    giugno 8th, 2010 @ 14:52

    Interpreto un pò così: che speciali sono i momenti, e i momenti non sono tutti uguali. Credo che questa dell’imparare sia una specialità che resiste, nonostante tutto. Ma che, anche, ci sia bisogno di ri-raccontarla sempre, per noi stessi e per gli altri. Mi colpisce il rapporto col dolore, sullo sfondo eppure presente, funtore di mille possibilità, prima tra tutte quella di poter essere “lasciato andare”, anche se ricorsivamente presente. Un modo unico e “speciale” perchè la gioia, – come dici – sia gioia vera.

  3. nadia
    giugno 8th, 2010 @ 15:38

    E’ speciale la capacità di stare a contatto con le proprie emozioni, ancora di più con quelle negative, basse, innominabili.
    E’ speciale l’onestà intellettuale con cui si risponde, restituendo un senso, anche alla pelosa sordità collettiva e quotidiana.
    E’ speciale la forza con cui si affronta quotidianamente la fatica, la mortificazione, la disillusione, il disincanto.
    E’ speciale coltivare un orto che sfamerà il futuro.
    E’ speciale fare tutto questo nella consapevolezza che ti è capitato un “danno” e la sola fortuna prevista sta nella speranza che non si producano altri danni.
    E’ speciale la rivoluzione di pensiero che s’implementa svelando la truffa dei diritti e l’ipocrisia dei privilegi.
    E’ speciale l’incedere senza ancore di salvezza con un inno che ame sta molto a cuore
    “scarpe rotte… eppur bisogna andar”
    Nadia

  4. monica simionato
    giugno 9th, 2010 @ 13:03

    eh, chi l’avrebbe detto…diversi anni fa un corso di formazione, per me molto bello ed interessante, ed ora, qui a leggerti mentre cerco di leggermi…

    Leggendo il tuo scritto non ho potuto non pensare ad una frase, molto ricorrente, che sentivo dire (o leggevo nello sguardo) a mio fratello, gravemente disabile, forse la più dura da digerire: “poverino”….beh, ora che sono piuttosto “grande”…direi loro che si chiama Marco, mio fratello…e poi direi altre cose…

    in fondo, le altre cose le ho dette, le ha dette e le abbiamo dette…e c’è bisogno di dirle ancora, in effetti.

    Perchè se l’indifferenza fa molto male (perchè non è non guardare ma sottrarre lo sguardo), allora anche i commenti falsamente empatici sono davvero fuori luogo…
    grazie!!!

  5. Katia
    giugno 10th, 2010 @ 17:02

    Nadia, un tuttotondo di terra e di anima..non mi piace dire “perfetto” ma qs volta lo dico grazie!

  6. Marina
    giugno 12th, 2010 @ 13:06

    …che invenzione geniale, quella di dio…. l’uomo e’ riuscito a creare un essere (e con il suo avversario e’ andato a parare là dove il primo non poteva arrivare..) che potesse giustificare, cammuffare, fintamente lenire ogni situazione dolorosa, incresciosa, inquietante….

    Sono davvero certa (e lo sono da poco, dopo aver avuto l’occasione di vivere, seppur indirettamente, un pezzo di storia, tua e della bella tua figlia) che l’esperienza di crescita resa possibile da un figlio disabile possa essere preziosa ed eccezionale….
    ma come prezioso ed eccezionale e’ il percorso di crescita che ogni figlio da la possibilita’ di vivere…. con tutte le sue caratteristiche peculiari, con tutte le variabili che porta con se’, con tutto il mondo che portera’ a casa, e con tutto il mondo che esplorera’!
    E non credo che gia’ questo sia un compito da poco….seppur tanto “naturale”….

    con un figlio disabile,di eccezionale, o meglio di SPECIALE vedo solo la mole di complessita’, dolore, fatica…

    e non penso solo agli adulti, anzi….
    penso ai figli.

    Non vedo di cosa gioire se il proprio figlio e’ costretto a lottare per restare in vita, a lottare per riuscire a fare una cosa semplice semplice come mangiare, non vedo di cosa gioire se deve soffrire e patire in continuazione…

    Gli adulti patiscono, faticano, si sfiancano….ma sono adulti, ed alcune volte ben attrezzati…
    ma i piccoli, seppur guerrieri, come tua figlia, son pur sempre piccoli, cuccioli….
    in che maniera gioire?

    La gioia arriva dal margine di possibilita’ lasciata dalla malattia, dall’amore che lega, nutre e affranca….e che credo sia come “amplificato” dalla fatica che si fa ogni giorno…
    ecco, si! e’ come se ci fosse un amplificatore….ma non credo sia automatico (troppo facile!) …cioe’ non credo che funzioni bene, automaticamente, sia per le cose brutte che per quelle belle…..e forse e’ lì l’origine della fatica….perche’ per far funzionare l’amplificatore in senso positivo, occorre lavorare tanto, su se’ stessi, per prima cosa….

    non posso pensare che funzioni con la consapevolezza di essere stati scelti per quel calvario…
    non lo posso proprio pensare…

    Questa invenzione geniale da il modo di non perire sotto il peso di una prova tanto dura…
    ed a volte invidio un po’ chi riesce a crederci….
    ma non riesco a liberarmi del senso di ipocrisia che colgo dietro….

    oh, quanti pensieri un po’ disordinati….!
    spero comprensibili, pero’!

  7. Igor Salomone
    giugno 13th, 2010 @ 12:01

    Bella invenzione, sì, Barbara. Per il parlante. Se parla a sè e di se stesso. Ciò che è offensivo di tutta questa storia, è quando viene usata per parlare degli altri…

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